DON MINZONI - assassinio

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Giovedì 23 Agosto, D. Minzoni se ne ritornava verso casa dopo una breve passeggiata in compagnia del giovane Bondanelli Enrico di anni 25, e se ne veniva verso il cinematografo del suo Ricreatorio, ove si svolgeva il solito spettacolo. Potevano essere le 22 o le 22,30. Giunti a pochi passi dal cinematografo, nel buio della stretta via, ad una svolta che assai bene si prestava all'agguato, D. Minzoni e il suo giovane compagno di passeggiata vennero seguiti da due persone, che essi non potevano neppure avvertire. L'intervento e l'azione dei due sicari furono fulminei e mortali. Un colpo di bastone, vibrato con terribile violenza, si abbatté sulla nuca di D. Minzoni, che, dopo aver barcollato un istante, precipitò a terra senza poter dire una parola. Il giovane Bondanelli, percosso a sua volta e ferito abbastanza gravemente al capo, e stordito, dovette abbandonare ogni difesa, mentre gli aggressori si allontanavano velocemente, e si gettavano alla campagna. Il momento non poteva essere più tragico e più angoscioso. E qui si rivelò ancora una volta - purtroppo l'ultima - la forte tempra del coraggioso sacerdote. Lottando contro l'orribile dolore che gli veniva dal cranio letteralmente fracassato, D. Minzoni fece per rialzarsi; riuscì a mettersi in ginocchio; ricadde; si rialzò di nuovo, e, aiutandosi al braccio del Bondanelli, che faceva egli pure sforzi sovraumani, riuscì a trascinarsi ancora di qualche passo verso la sua abitazione. A pochi passi da essa cadde, e stavolta la forze gli mancarono in modo definitivo. Ai disperati richiami del Bondanelli accorsero alcuni cittadini, che sollevato di peso D. Minzoni, lo trasportarono nella sua camera da letto, una stanzuccia modesta, indice della semplicità della vita del buon parroco. Venne immediatamente mandato a chiamare il medico condotto, il quale ad un primo esame giudicò il caso gravissimo, e provvide urgentemente alle cure del caso. Dieci minuti dopo, avendo il ferito dato forti sintomi di aggravamento, il dottore constato che l'opera sua era vana, e che la scienza ancora una volta si trovava impotente di fronte alla implacabile ferocia degli assassini. Anche il Tenente dei Carabinieri, subito avvertito del fatto, si recò sul posto e alla casa arcipretale, e tornò per ben due volte al letto del morente: ma senza poter riuscire ad interrogarlo. Frattanto da tutti i punti del paese fu un accorrere agitato, frettoloso e commovente di persone verso la casa dell'Arciprete. Il morente non parlò, non riuscì a parlare. Disse, o parve ad altri dicesse, a fior di labbro, qualche motto in latino. Forse intendeva raccomandare qualcosa, forse intendeva perdonare, forse pregava per i suoi uccisori e per sé la divina Misericordia. Piangenti, terrorizzati, affranti da un dolore senza nome e senza speranza, erano attorno al suo letto i famigliari, alcuni amici, e l'altro arciprete D. Fusari che gli amministrò l'Estrema Unzione, e lo seguì con la preghiera cristiana fino al momento della sua morte. A mezzanotte l'anima del martire era volata a Dio. Poco dopo il cadavere era composto nel suo lettuccio francescano, che molto ricorda i letti da campo, e riposava il suo sonno eterno. Vegliavano ai suoi lati, piangenti ed oranti, le buone Suore della Carità, alcuni soci del Circolo Giovanile " Giosuè Borsi ", Alcuni Esploratori Cattolici ed altri intimi amici. Sulla veste talare spiccavano le undici decorazioni, fra cui la medaglia d'argento al valore militare.